La Luce di Parigi L’eccellenza francese in economia

cover revue 16.07-page-001Introduzione di Damien Theillier, Presidente dell’Institut Coppet.

Le idee hanno conseguenze : questa è la nostra convinzione nel creare questa nuova rivista. Il movimento delle idee sconvolge e forgia moltissimo le élite intellettuali, mediatiche e politiche, e disegna il nostro futuro. Eppure, tutte le teorie economiche contemporanee sono segnate dal pessimismo. È la paura che domina: paura del rischio, paura dell’innovazione, paura dell’estraneo, paura del futuro. In tali condizioni, non c’è da meravigliarsi del declino del laissez-faire e della persistenza delle mentalità intervenzioniste e dirigiste, nonostante la smentita dei fatti e la crisi degli Stati.

Tuttavia, la Francia non è sempre stata così cieca. È l’erede di una tradizione di economia politica portata dagli spiriti più brillanti dell’ 800’ e del 900’. A quell’epoca, l’economia politica si era attribuita il compito di descrivere scientificamente le conseguenze, negative o positive, delle azioni umane e delle decisioni prese da attori sociali. Essa non biasimava: descriveva, illuminava. È questo stesso approccio dell’economia, umanistico ma al tempo stesso scientifico, umile ma brillante, che desideriamo rimettere in risalto.

La crisi che attraversiamo rappresenta un tempo favorevole alla riflessione. È il momento di reinventare il nostro futuro, attingendo dal passato questi strumenti preziosi che rimangono sempre attuali, e che si logoreranno se non li usiamo.

damien.theillier@institutcoppet.org

La Luce di Parigi

L’eccellenza francese in economia, di Benoît Malbranque

Laissons Faire. Revue des économistes français, il mensile pubblicato dall’Institut Coppet di Parigi, n. 1 (giugno 2013)

Tradotto dal francese da Solène Tadié

Per quanto debole possa essere l’influenza degli economisti francesi nei dibattiti economici contemporanei, la storia della formazione e dello sviluppo del pensiero economico è ovunque segnata dai contributi fondamentali dei Francesi. Da Boisguilbert a Bastiat, e da Turgot fino a Walras : sono pochi i paesi che possono presentare al mondo una somma di pensatori così riverita.

La nostra insistenza sulla Scuola francese di economia non scaturisce da una qualche passione nazionalista, e non risulta da un eccesso di zelo. Prima che l’Inghilterra di David Ricardo si ritrovasse a capo delle nazioni per guidare il movimento dell’economia politica, la Francia fu la culla di questa nuova scienza e la sua balia più generosa. Fu un francese a scrivere il primo libro sulla moneta, a pubblicare il primo Traité d’économie politique, un francese a proporre per primo la definizione di questa scienza, così come il suo ambito di analisi e la sua metodologia; fu un francese a usare per primo le matematiche per risolvere i suoi problemi teorici; ed è stato un francese, infine, a prendere parte nella sua trasformazione in scienza economica moderna.

L’obiettivo dell’Istituto Coppet, e della sua rivista, è di segnalare questa profusione ricchissima d’intellettuali dedicati alla grande causa della scienza.

Boisguilbert, Quesnay, Turgot , Say, Bastiat , ecc. , tanti nomi una volta tanto riveriti e ormai del tutto sconosciuti, che hanno fatto la ricchezza della Francia e che tuttora fanno crescere il suo prestigio.

La maggior parte dei pensatori qui citati sono stati- e possono- essere raggruppati sotto l’appellazione di Scuola Francese di Economia. Tuttavia, furono tutti ben altro che i difensori di uno stesso catechismo. Anche durante i periodi più ideologici dell’economia politica, il dinamismo estremo dei pensatori francesi ha faceva della loro disciplina un tutt’uno sempre in movimento, contestato a gran voce qua e là dai contradditori e dalle nuove scoperte. Nell’800’, in particolare, mentre dall’altro lato della Manche l’economia politica si era fissata sotto la forma ricardiana, l’economia politica francese, onorando la ricchezza teorica dei suoi predecessori, ha continuato sulla strada del progresso.

Le grandi linee della storia trattata in questa rivista sono contenute nelle principali opere di riferimento sulla storia del pensiero economico, e l’obiettivo quindi non sarà di fornirne un’ennesima formulazione. Lo scopo è più ampio, e il progetto più inebriante. I nostri articoli parleranno delle loro idee, delle loro opere, e dei principi che da noi possono ispirare riforme utili. I Riferimenti biografici non mancheranno, perché delle informazioni sulla vita dei pensatori possono avere la loro utilità per la storia della scienza e per la sua comprensione. Così ha detto Pellegrino Rossi: “Esistono fatti personali che esercitano un’influenza sullo sviluppo scientifico dell’individuo e sulle creazioni del suo genio.”(1)

Da sempre, la Francia ha fornito pensatori coraggiosi e di una potenza intellettuale rara; essi sono uomini che hanno fatto dei favori immensi alla causa della scienza. Questo fatto, passato inosservato nel nostro paese, è stato però ampiamente riportato dagli economisti stranieri. Pure un teorico di maggiore importanza come William Stanley Jevons, ad esempio, non ha esitato a dire che “la verità sta con la Scuola Francese, e prima riconosceremo questo fatto, meglio sarà per il mondo.” (2) Questa frase è tanto più straordinaria che l’epoca intera era segnata dall’aumento del sentimento nazionalista, e che l’Inghilterra di Jevons rimaneva per tutti la regina degli economisti, essa brillava nel loro cielo come la stella polare.

La grande tradizione francese nacque con gli scritti scolastici del Medioevo. I nomi riveriti di filosofi come Pietro Abelardo, e soprattutto san Tommaso d’Aquino, sono per noi fondatori della scienza economica, ma ispiratori brillanti, che guidarono la riflessione economica verso la scientificità. Un caso ancora più significativo- dal nostro punto di vista- è quello dei primi teorici della moneta : Giovanni Buridano , purtroppo sconosciuto , e Nicolas Oresme , la cui opera monetaria resta ricca di insegnamenti , come dimostrerà l’articolo che la nostra rivista gli dedica.

Il grande sforzo di scientificità, che consisteva nel trasformare questa parte della filosofia morale o politica che era l’economia in una disciplina autonoma e razionale, ha ebbe da nessuna parte uno slancio paragonabile al nostro paese . E stata lei a vedere nascere, oltre al primo libro “strettamente economico” (Il De Moneta di Oresme, dalle parole di Schumpeter ), il primo Trattato di economia politica della storia, nel 1615, scritto da un certo Antoine de Montchrestien.

I secoli successivi confermarono questa tendenza. Un passo gigante fu compiuto nel 1695 con la pubblicazione del Détail de la France di Pierre Le Pesant de Boisguilbert, che, secondo Gilbert Faccarello, fu “l’origine dell’economia politica liberale” (3) e poi della Dîme Royale, abile progetto di riforma fiscale elaborato da Vauban, e pubblicato nel 1707.

Gli spiriti, tuttavia, non erano ancora pronti ad accogliere riflessioni del genere. Nemmeno il potere reale: la Dîme Royale fu vietata dalla censura, e Boisguilbert pottete diffondere le sue idee solo di nascosto, pubblicandone anonimamente. Il vasto lavoro in profondità rappresentato dall’opera dei Lumi, insieme al progressivo rigetto delle strutture regolamentari dell’economia francese, contribuirono fortemente a cambiare questa situazione. Gli economisti francesi del XVIII secolo, élite prescientifica della nostra disciplina, seminarono i semi intellettuali che diedero più tardi, in Francia e in Scozia, raccolti così belli.

L’era del pensiero puramente scientifico si è avviata con i fisiocratici. Essi sono apparsi non senza promozione, e se furono così grandi, è soprattutto perché si appoggiavano, diciamo, sulle spalle dei giganti. I loro predecessori, infatti, li avevano abilmente condotti su questa strada, ed è passo dopo passo, con le opere di Melon (Essai politique sur le commerce, 1734), di Dutot (Réflexions politiques sur les finances et le commerce, 1735) e con le riflessioni del marchese di Argenson, che fu reso possibile il lavoro di Quesnay, dei fisiocratici e di Turgot .

Gli economisti professionisti ancora non esistevano, né in Francia né in Italia, e neanche in Inghilterra, dove i principali contributi provenivano da filosofi come William Petty o David Hume. François Quesnay non era più economista di questi due uomini. Chirurgo di formazione, e poi medico del re e di Madame de Pompadour, si è interessato abbastanza tardi all’economia. Ma quindi, con rara facilità egli sistematizzò un sapere economico fine e moderno, e dopo aver concepito strumenti di analisi adatti all’economista, usò la le sue intuizioni per illuminare il suo secolo. Fu seguito da un’orda di seguaci, in mancanza del sostegno dei rei d’Europa.

Con l’avvento dei fisiocratici, si chiuse la preistoria della scienza economica. Parlarono del valore, dei prezzi, di moneta, del mercato, del commercio estero, delle tasse, del ruolo dello Stato, e molti altri argomenti, con una saggezza e una perspicacia che spesso crediamo di ritrovare soltanto con Smith e i suoi successori. Non solo hanno fornito all’economia politica fondamenti scientifici, i fisiocratici hanno anche fatto un notevole sforzo per essere popolari. Così, i primi giornali d’economia li dobbiamo pure a loro. Nacque per prima la Gazette du Commerce (1764) e poi il Journal de l’Agriculture, du Commerce et des Finances ( 1765), e, infine, le famose Éphémérides du citoyen (1765). Gestite da Dupont de Nemours, queste pubblicazioni contribuirono molto al successo di questi economisti, e alla diffusione delle loro idee negli spiriti delle persone dell’epoca.

Enfant terrible di un movimento fisiocratico che egli rispettava ma dal quale si staccava con intelligenza, Anne Robert Jacques Turgot aiutò ad offrire a tutta l’Europa il patrimonio dell’economia politica francese. Con le sue Réflexions sur la formation et la distribution des richesses (1766), egli fissò uno standard per l’economia politica scientifica molto elevato, che Adam Smith, il nostro campione scozzese, raggiunse appena appena.

Fu in Francia, tra l’altro, che Adam Smith divenne economista. Professore di filosofia morale a Glasgow, fu confrontato a Parigi ad un’abbondanza intellettuale molto rara nell’Europa di allora, e forse in tutto il mondo. Incontrò Voltaire, Diderot, d’Holbach e Condorcet, ma anche Turgot, Quesnay e i fisiocratici : Dupont de Nemours, Baudeau, Mercier de la Rivière, e gli altri. Il suo spirito fu cambiato, e dopo anni di riflessione e di composizione lenta, pubblicò le sue Ricerche sopra la Natura e le cause della ricchezza delle nazioni (1776). I temi affrontati erano stati studiati dagli economisti francesi, ma ne fece una sintesi allora inedita. E fu un successo.

Tuttavia, l’opera di Adam Smith non era del tutto perfetta. La sua teoria del valore, formulata con difficoltà, si basata su fondamenti instabili, e dopo esser stata recuperata da Marx, sarà spazzata via con forza dai “marginalisti”.

La sua visione macroeconomica della produzione, interamente formulata in termini di classi rigide, non era in grado di interpretare correttamente il ruolo fondamentale dell’imprenditore. David Ricardo, Thomas Malthus, Nassau Senior, John Ramsay McCulloch: tutta la scuola ricardiana si schierò a favore di queste posizioni, e soffrì di questi errori fatali.

Francia, a lungo legata a uno studio individualistica e soggettivista dei fenomeni economici, mantenne una visione chiara di questi temi, e ottenne il riconoscimento (tardo) degli economisti marginalisti come WS Jevons o Carl Menger. Eppure, in quel tempo, loro furono severamente criticati. Fu il caso di Destutt de Tracy, un economista influente ora sconosciuto, e di Jean-Baptiste Say, rimasto famoso. Pubblicato nel 1803, il Traité d’économie politique di quest’ultimo fu quasi subito tradotto in italiano, in inglese, in tedesco, e diffuso in tutta Europa. Per quanto riguarda la scuola inglese, fu Malthus a rispondere, e le Lettres à Malthus di Say testimoniano la profondità delle loro divergenze.

Un altro momento di confronto è stato nel 1819 con la pubblicazione in francese dei Principes de l’économie politique et de l’impôt di David Ricardo, pubblicati due anni prima. L’editore francese chiese a Jean-Baptiste Say, diventato professore di economia politica presso la famosa Athenée di Parigi, di fornire delle “note esplicative e critiche”. Le sue note sono abbondanti, motivate, e confutano alcuni principi di Ricardo. Egli parla del soggettivismo, del ruolo dell’imprenditore e dell’importanza degli sbocchi di mercato. I seguaci di Ricardo lo accusarono di non capire la scienza, e di snaturarla. La battaglia è intensa.

Entrambe le parti finiscono per ignorarsi. Mentre in Inghilterra gli economisti recitano il catechismo ricardiano, i francesi tengono i propri spiriti di scoperta, e iniziano a analizzare i cicli economici, la moneta e il credito, con notevole finezza. Clément Juglar, Augustin Cournot, Jean-Gustave Courcelle-Seneuil : il numero di nomi di contribuenti “rivoluzionari” è proprio elevato.

Contemporaneamente, il prezioso patrimonio francese è valorizzato, e una potente popolarizzazione prende forma. Da un punto di vista più teorico, è l’opera del Journal des Économistes, fondato nel 1841, che è diffuso in tutto il mondo. Alla stessa epoca, l’economia è trasformata in racconti divertenti da Frédéric Bastiat, e anche in versi, come ad esempio Barandeguy Dupont (La bourse, ou Les chercheurs d’or au dix-neuvième siècle, 1856). Il secolo scorso, era già stato trasformato in romanzo, da Gabriel-François Coyer in particolare.

È pure nel nostro paese che crebbero le radici della contestazione socialista. Il 700’ aveva già conosciuto Mably, Forbonnais e Necker;  L’800’ portò Sismondi, Louis Blanc, Considérant, Pecqueur, Leroux , Fourrier, Cabet, Proudhon: saranno l’opposizione agli economisti liberali, e l’ispirazione del marxismo. Come Smith cento anni prima, Marx abitò per un po’ a Parigi. È qui che scoprì l’economia politica, e che scrisse i suoi Manoscritti del 1844, la sua critica nei confronti di Proudhon (Miseria della Filosofia,1847 come risposta alla Filosofia della miseria), così come il suo famoso Manifesto del Partito comunista (1848). Marx ed Engels hanno sempre riconosciuto queste influenze, e, in un articolo intitolato “Le tre parti costitutive del marxismo”, quest’ultimo citò G.W.F Hegel, gli economisti classici, e i socialisti francesi.

Il socialismo crebbe in Francia, ed è anche lì che si scontrò con l’opposizione più implacabile. Frédéric Bastiat, in particolare, l’ha combattuto con ardore. Alla fine della rivoluzione del 1848, che aveva messo il socialismo sul fronte del palco, Michel Chevalier, allora professore di economia politica presso il Collège de France, si fece un punto d’onore di confutarlo. La sua brochure, L’economia politica e il socialismo, fu pubblicata nel 1849. La sua critica del socialismo, forte, rigorosa, e anche profetica sotto alcuni aspetti, rimase a lungo un modello in questo genere.

Oltre a questi scontri ideologici, la ricchezza teologica rimase notevole, e strumenti innovativi di analisi videro la luce. Fu il caso, in particolare, per il metodo matematico di esposizione, e poi della risoluzione di problemi economici, che svolgerà poi un ruolo assai importante. Augustin Cournot si è, per primo, orientato in questa direzione, con le Ricerche sui principi matematici della teoria della ricchezza, pubblicato nel 1838.

Questa dinamica fu seguita da Léon Walras. Dopo Cournot, egli continuò la matematizzazione della scienza economica. Indipendentemente da Carl Menger e W.S. Jevons, ha anche sviluppato la teoria marginalista del valore. Fondatore della Scuola di Losanna, fu, dalle parole di Joseph Schumpeter, il più grande economista della storia.

Alla fine del secolo, esisteva ancora una grandissima ricchezza intellettuale in Francia. In tutto il mondo, gli economisti francesi continuavano a influenzare il pensiero economico. Per fare un esempio, sono dei francesi che teorizzarono per la prima volta il concetto di  “pauperizzazione” delle masse con lo sviluppo del capitalismo, ed è un francese che portò la confutazione scientifica di questa tesi : Paul Leroy – Beaulieu, nel 1881, nel suo Essai sur la répartition des richesses, et sur la tendance à une moindre inégalité des conditions.

Dai primi dell’800, la luce di Parigi cominciò a perdere intensità, e verso il 1920, sembrava del tutto spenta. La ricerca di cause esplicative richiederebbe un altro articolo di uguale lunghezza. Accontentiamoci di individuare alcuni esempi: innanzitutto i successi del campo socialista e il rigetto della scienza economica non-marxista come “borghese”, partigiana, e quindi non-scientifica. Fu poi lo sviluppo del sentimento nazionalista e del culto dello Stato, che portò ai fascismi e alla doppia fine di vita del liberalismo e della scienza economica.

Tuttora, il disseccamento di questo vigore intellettuale è ancora troppo reale, troppo doloroso, per poter essere passato sotto silenzio. Ma a cosa serve lamentarsi? Gli economisti francesi hanno dominato la loro scienza soltanto per fornirci insegnamenti e regole d’azione. Ascoltiamoli. Cerchiamo di essere degni del loro esempio, rispettosi dei loro sforzi, e attenti alle loro lezioni : questo è il modo migliore per celebrare la loro eredità.

B.M.

(1) Pellegrino ROSSI, Journal des économistes, 1842, t. II, p.222.

(2) William Stanley JEVONS, The Theory of Political Economy (1871), 2ème édition, 1879, pp.27-28.

(3) Gilbert Faccarello, Aux Origines de l’économie politique libérale : Pierre de Boisguilbert, Paris, Anthropos, 1986.

Laissons Faire. Revue des économistes français, il mensile pubblicato dall’Institut Coppet di Parigi, n. 1 (giugno 2013)

Anche in italiano :

I governi non creano la ricchezza. La consumano

Abbiamo bisogno di un governo mondiale dell’economia e della finanza?

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